Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VII, parte 3, Classici italiani, 1824, XII.djvu/314

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»466 LIBRO avea colle sue Storie irritati giunsero ad accusarlo calunniosamente di sì grave reato, è egli possibile che gli altri si lasciassero ciecamente condurre da loro raggiri ì Se alcuni avean motivo di lagnarsi di lui, più altri doveano essergli grati per le lodi di cui gli avea onorati, e dovean perciò adoperarsi a scoprir le calunnie con cui i primi cercavano d’infamare il Bonfadio. L'indole stessa de’ partiti e delle fazioni in cui c ’a divisa allor la Repubblica, dovea fare che quanto gli uni erano accesi a danno dello storico, altrettanto gli altri fossero ardenti a sostenerlo e a difenderlo. Aggiungo di più, ch’ io ho esaminata la Storia del Bonfadio, e non veggo com’ essa potesse destar in alcuno sì grande sdegno contro l autore. Que’ ch’ ebbero parte nella famosa congiura di Gianluigi Fieschi, son que’ che il Bonfadio dipinge con que’ colori che a ribelli e agli scelerati convengono. Ma il lor partito giacevasi abbattuto ed oppresso; e se alcuno avesse osato dolersi che lo storico gli avesse col suo racconto infamati, avrebbe anzi eccitato il pub-, blico odio contro di se medesimo; e qualunque accusa di altro genere fosse stata promossa da alcuno che avesse qualche relazione con quel partito, essa non avrebbe trovato chi ne facesse alcun conto. Finalmente ciò che mio malgrado mi sforza ancor più a credere veramente reo il Bonfadio, è la lettera ch’egli scrive pochi momenti innanzi alla funesta sua morte a Giambattista Grimaldi: Mi pesa il morire, perche non mi pare di meritar tanto; e pur m acquieto al voler d Iddio; e mi pesa ancora, perete