Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VII, parte 3, Classici italiani, 1824, XII.djvu/315

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


TERZO *4^7 moro ingrato, non potendo render segno a tanti onorati gentilhuomini, che per me hanno sudato et angustiato, e massimamente a V. S. del grato animo mio, ec. (Lett p. 118). Or se il Bonfadio fosse stato innocente del fallo appostogli, e consapevole a se stesso della sua innocenza, avrebb’ egli scritto solo che gli parea di non meritar tanto? Non avrebb’ egli protestato, e non era anche tenuto a ciò fare per difesa del suo buon nome, di non essersi mai macchiato di tal delitto? Tutte queste ragioni ben ponderate, mi sembra che non ci lascino luogo a dubitare che il Bonfadio non fosse veramente da una rea passione condotto al tragico fine ch ei fece. Oggetto, a dir vero, tanto più compassionevole, quanto più degno egli era di miglior sorte. O si riguardino le Lettere famigliari italiane, o le Poesie italiane e latine che ne abbiamo, ei può esser proposto come uno de’ migliori modelli di cui prefiggersi l imitazione. La traduzione dell’ orazione di Tullio a favor di Milone è la miglior cosa di questo genere che ci abbia dato il secolo XVI tanto più degna di lode, quanto più raro era allora lo scrivere in lingua italiana con precisione, e senza quel noioso ritondar de periodi che nella maggior parte di quegli scrittori si vede con dispiacere. Ma l’opera più pregevole del Bonfadio sono gli Annali della Repubblica, stampati la prima volta solo nel 1586, nei’ quali abbraccia la storia dal 1528, per cominciare ove a ve a terminato non già il Foglietta, ma il Giustiniani, fino al febbraio dello stesso anno 1550, nel cui luglio miseramente finì i suoi giorni. Egli