Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VII, parte 3, Classici italiani, 1824, XII.djvu/354

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l5o6 LIBRO V ultimo de viris illustrìbus li a rum familianim; e questo basti per ora quanto al Fanusio. Anzi da una lettera di Marco Velsero allo stesso Pignoria, scritta tre anni innanzi, raccogliesi che si era trattato di fare stampare quell’opera in Augusta (ivi, p. 335). Una copia di essa era ancora nella libreria del marchese Capponi, che ora è nella Vaticana (Catal. della Lib. Capponi, p. 437). E altre copie se ne troveranno probabilmente in altre biblioteche. Or sarebbe ella questa per avventura un’ opera scritta dal Ciccarelli, e da lui spacciata sotto nome di Fanusio Campano? Ecco il mio sospetto, ed ecco le ragioni che me lo hanno destato. Un uomo che nel secolo xv scrisse un'opera delle più illustri famiglie italiane, dovea essere un uomo che avesse amicizie e corrispondenze in ogni parte d’ Italia, e noto perciò a tutti gli uomini dotti che a quel tempo viveano. Nel formare la Storia della Letteratura del detto secolo io ho letta non picciola parte degli autori che allora fiorirono, e non mi è avvenuto di ritrovarne pur uno che faccia menzione di Fanusio Campano. Aggiungasi che il nome di Campano ci persuade ch’ei fosse del regno di Napoli, e l’età a cui il Ciccarelli lo dice vissuto, è il regno di quel gran mecenate de’ letterati il re Alfonso d’ Aragona, quando cioè ivi erano il Facio, il Valla, il Panormita, e poco appresso il Pontano, e tanti altri dottissimi uomini. È egli possibile che niuno di essi abbia conosciuto il Fanusio, e che in tante opere che ci hanno lasciato, non l'abbian pur nominato una volta? Anche nel secolo