Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VII, parte 4, Classici italiani, 1824, XIII.djvu/76

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ao38 libro soprannomato Cornigero, de’ quali più distinte notizie veder si posson presso l’Argelati (Bibl Script, mediol. t 2, pars 2, p. 3109; pars 1 p. 786, 1477), e più a lungo si ferma nel ragionar di Lancino Corti, di cui noi abbiamo parlato nel tomo precedente. Finalmente dopo aver fatta non molto onorevol menzione (di Giambattista Corbano cremonese, e dopo aver nominato con lode Antonio Maria Visdomini genovese, che prima di Guido Postumo era stato in Modena maestro de’ giovani conti Rangoni, e che molti versi avea scritti, benchè in istile alquanto basso, e allora stava scrivendo alcuni buoni Comenti sulle tragedie di Seneca, accenna i nomi di Niccolò Pannizzato ferrarese, di Pietro Antonio e di Jacopo Acciaiuoli, padre e figlio, di patria, come sembra probabile, fiorentini, ma abitanti in Ferrara, e da lui detti Azioli. Di amendue parla il conte. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 1, par. 2, p. 1248), ma a ciò ch’ egli ne dice, possiamo aggiugnere che le Poesie latine di Jacopo lodate vengono come dolcissime da Giambattista Giraldi (Romanzip. 111, 112), e che un bell'elogio ne fa Celio Calcagnini, presso cui villeggiava allora l’Acciaiuoli ancor giovane: Qui est tam absurdo judicio, qui Jacobi Azajoli arane ni tates non amet? cui omnia feliciter Musae indulserunt, seu vorsam, seu prorsam o rat ione m tencat, seu in Etruscis se numeris exerceat, seu transinarinas Venere s accersal in fa ti uni (Op. p. 60)? XX. Schierati innanzi in tal modo i più illustri poeti latini che fiorivano ne’ primi anni del secolo, passa il Giraldi nel secondo Dialogo,