Pagina:Tragedie di Eschilo (Romagnoli) I.djvu/300

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PROMETEO LEGATO 261

prometeo
Io ti son grato, e sempre ti sarò,
che del tuo buon voler nulla risparmi.
Ma pur, non affannarti: affanno vano
il tuo sarebbe, e senza utile mio.
Sta tranquillo, e da me tien lunge il piede.
Non perché sono io misero, vorrei
che sciagura incogliesse ad altri molti.
No, che mi rode anch’essa il cuor, la sorte
d’Atlante fratel mio, che ritto sta
nelle contrade d’Espero, e con gli òmeri
la colonna del cielo e de la terra
sostiene, immane pondo. E il cuor mi pianse,
quando il figlio di Gea, l’abitatore
degli spechi Cilicî, orribil mostro
che spira furia da cento cerèbri,
mirai domato da la forza. Ei stette
a faccia a faccia contro i Numi tutti,
sibilando terror da le mascelle
spaventevoli; e vampo mostruoso
folgoreggiavan gli occhi, e a viva forza
prostrar credea di Giove la tirannide.
Ma di Giove su lui l’insonne dardo,
il folgore piombò, che dal ciel cade
spirando fiamma; e dai superbi vanti
giú l’abbatté. Colpito entro nei visceri,
ei fu converso in cenere, e disfatto
il poter suo fra l’ululo dei tuoni.
Ed or, salma disutile, rovescio