Pagina:Tragedie di Sofocle (Romagnoli) II.djvu/117

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i coreuti sono anch’essi veri attori. E quella originaria unità, spezzandosi, introduce di colpo nel dramma tanti interlocutori quanti non avrebbe osato mai accoglierne dal di fuori una tradizione che su questo punto si dimostrava così timida.

Tale conversione del coro all’ufficio drammatico, non era certo una novità assoluta. Altri esempii ne abbiamo veduti in Sofocle, e ne avevamo veduti in Eschilo. Ma in Eschilo sporadici; e negli altri drammi di Sofocle, non così largamente, e non con tanto visibili effetti come nell’«Edipo a Colono». E in arte conta solo ciò che risulta.

E qui si chiederà forse come Sofocle non abbia compiuto l’ultimo passo, e non lo abbia liberato dalle strettoie della strofe.

Si risponde facilmente che un grande artista non abbandona mai tanto alla leggera le forme sanzionate e quasi santificate dall’uso dei grandi. E qui si può sicuramente soggiungere che Sofocle ha fatto bene. Non riesce facile immaginare che senza il legame delle strofe sarebbero ugualmente pervenute a un tale fascino quelle battute che sopra i volanti precisi schemi dei ritmi s’inseguono, si alternano, s’intrecciano, si confondono. Anche una volta, la musica fa brillare, traverso la maschera delle parole, le sue luminose pupille; e i nostri cuori rimangono arcanamente affascinati.

Del resto, una musicalità profonda, che si sente assai piú che non se ne possano fissare i tratti in una disamina critica, investe da cima a fondo tutta questa tragedia. E alla musicalità si aggiunge, suo germano, il mistero. Lo scoppio improvviso della meteora, coi suoi barbagli di folgori, e con la romba dei tuoni a ciel sereno; la trasfigurazione di Edipo, che dalla disperazione passa ad una sicura baldanza, e, quasi, tornato veggente, guida, lui cieco, quelli che lo dovrebbero guidare; la voce misteriosa, che suona non si sa d’onde, per chiamarlo nei regni della tenebra; la sua scomparsa improv-