Pagina:Tragedie di Sofocle (Romagnoli) II.djvu/47

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44 SOFOCLE 597-627


esser sovrano, invece che potere
ciò che un sovrano può. Tutto or da te,
senza terrore, io ciò che bramo ottengo:
600qualora io fossi re, contro mia voglia
dovrei pur fare molte cose. E come
chiamarmi re, piú dolce mi sarebbe
che poter senza crucci? Oh tanto folle
non sono ancor, ch’io cerchi altro che il bene
605con l’utile congiunto. Ora da tutti
son prediletto; ognuno a me s’inchina;
chi bisogno ha di te, blandisce me:
ché per essi impetrar tutto posso io.
Il mio stato col tuo perché mutare?
610Mente assennata mai così non erra:
né vagheggiai consiglio tal, né complice
d’altri sarei che il vagheggiasse. Vuoi
di ciò la prova? A Pito va, dimanda
se fedelmente riferii gli oracoli;
615e se fra il vate e me trovi un’intesa,
condannar mi potrai non con un voto,
bensí con due: col tuo, col mio. Ma prima
ch’io mi difenda, non lanciar l’accusa
in causa ambigua; ché non è giustizia
620reputar buoni i tristi, e tristi i buoni.
E gittar via l’amico fido, è come
gittar la propria, la diletta vita.
Col tempo d’ogni cosa avrai certezza:
ché solo il tempo saggia l’onestà:
625a conoscere il tristo un giorno basta.
coro
Bene ha parlato. Dall’errore guàrdati,
re, ché malcerto è súbito consiglio.