Pagina:Trattato de' governi.djvu/162

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li beni divisi in tre maniere; in beni di fuori, in beni del corpo, ed in beni dello animo, che tutti quanti questi debbono essere nell’uomo da essere felice. Perchè nessuno potrà mai chiamare colui felice, che non ha pure alcun vestigio di fortezza, nè di temperanza, nè di giustizia, nè di prudenza, ma che abbia in spavento le mosche, che gli si aggirano attorno, e che non si sappia astenere, se e’ ne li viene appetito, dal mangiare, o dal bere cose sporcissime, e che per cagione d’un quattrino ammazzi gli amici carissimi; e così nella parte intellettiva sia talmente insensato, e fuori del segno, come se e’ fusse un fanciullo, o un pazzo.

Ma tutte queste cose, così come ogni uomo le confesserebbe per vere, parimente discorderebbe nella quantità d’esse, e nella soprabbondanza; perchè e’ non è uomo a chi non paja d’avere virtù tanta che gli basti, ma bene vorrebbe in eccessiva quantità, e infinitamente della roba della potenza e della gloria, e d’altri simili beni; ai quali (chè così stimano) dico io potersi fare di tai cose vero giudizio mediante li fatti stessi, che ne mostrano la verità. Conciossiachè e’ si vegga per prova, che non le virtù si acquistano, mediante li beni esterni, ma bene all’incontro questi mediante le virtù stesse. E che ’l vivere felicemente o sia egli collocato nell’avere piacere, o sia egli posto quanto agli uomini nelle virtù, o sia nell’una cosa, e nell’altra, ch’e’ si ritrova contuttociò maggiormente in coloro che hanno adornato assai l’animo, e che hanno l’appetito bene costumato, e che de’ beni esterni ne posseggono modestamente, piuttosto di chi ne possiede più che non gli bisogna, ed ha manco di quei dell’animo.

Ma oltre alla prova, che di ciò si vede, la ragione intessa, se e’ si va bene considerando, ci dimostra il medesimo; perchè li beni esterni