Pagina:Trattato de' governi.djvu/300

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essendo tutti liberi assolutamente, e’ si stimano però essere tutti pari. E lo stato de’ pochi potenti, per esservi li cittadini in certi casi disuguali, per volere ch’ei vi sieno disuguali in tutti i conti; imperocchè, essendo eglino disuguali nelle ricchezze, e’ si pensano d’essere in ogni altra cosa differenti.

Onde avviene che li primi (come se e’ fussino pari in tutte le cose) si stimano degni d’avere ogni cosa ugualmente nello stato. E li secondi come disuguali vogliono però partecipare nel governo più degli altri, perchè il più è disuguale. Hanno pertanto tutti gli stati un certo che di giustizia, e sono in errore veramente parlando, e per questa cagione, quando l’una parte e l’altra sta in modo, ch’ella non partecipi nel governo, secondo che e’ le pare dovere, allora si viene alle discordie. E certamente che con ragione più d’ogni altro contenderebbe (e essi ciò fanno men d’ogni altro) negli stati de’ primi gradi chi vi contendesse per l’eccellenza della virtù; perchè tali giustamente si debbono riputare inuguali da vero. Sonci ancora di quegli, i quali avanzando gli altri per nobiltà, non pare loro ragionevole d’essere fatti pari agli altri per simile disuguaglianza. E nobili invero pare che sieno quegli, che hanno avuto virtù o ricchezza nei loro antichi.

Tali adunche sono, per via di dire, i principî, e le fonti de’ civili scandoli; onde si combatte, e per i quali si mutano gli stati ragionevolmente. I quali mutamenti alcuna volta si fanno da uno stato all’altro, cioè dal popolare a quel dei pochi in opposito, ovvero da questi nelle republiche e negli ottimati, o da loro in questi. Alcuna volta non si muta il presente stato, e vuolsi dai cittadini il medesimo; ma voglionlo per una parte di loro, com’è dire lo stato dei pochi potenti, o la monarchia.

Combattesi oltra di questo del più e del meno, com’è verbigrazia,