Pagina:Trattato de' governi.djvu/330

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stato popolare e uno di pochi potenti, che sia comportabile ancora che tali trapassino l’ordine dei retti. Ma se l’uno e l’altro stato sarà ristretto ancora più, dapprima e’ diventerà di peggior sorte, e nell’ultimo non sarà più stato. Laonde non debbe essere ignorato dal legislatore, nè dall’uomo civile quai sieno le cose che conservino e quai sieno quelle che distrugghino il popolare stato, e quai medesimamente sieno quelle che conservino e che corrompino lo stato dei pochi potenti, perchè nè l’un modo di governo, nè l’altro può stare nè senza li ricchi, nè senza il popolo. Ma quando e’ vi si pareggiano le facultà, tra costoro allora è forza che un’altra sorte di governo vi nasca. Onde chi distrugge le leggi, che vogliono l’eccesso, distrugge questi due stati.

Errasi bene nell’uno stato e nell’altro de’ detti. Nel popolare, dico, errono li capi d’esso popolo, in quel, dico, dove il popolo è ancora padrone delle leggi, perchè tali mantengon sempre la città in due parti facendo che il popolo contenda con li ricchi. Ma e’ bisogna fare il contrario, cioè, sempre fare apparire che tu pigli la parte dei ricchi, e negli stati stretti fare apparire che chi governa, la pigli pel popolo. E debbonsi fare i giuramenti al contrario di quei che si fanno dalli pochi potenti, che in certi luoghi s’usa di giurare. Io farò sempre male al popolo e sempre consiglierò male contra di lui. Ma e’ bisogna fingere tutto il contrario, accennando nei giuramenti di non dovere offendere mai il popolo.

Grandissimo ordine di tutti gli altri per conservare gli stati è quello che oggidì è spregiato da chi governa. E tale è instruire li cittadini a vivere secondo quegli. Perchè nessuna utilità v’apporteranno le leggi (avvenga che utilissime e da tutti i legislatori approvatissime sieno), se li cittadini non saranno accostumati e instrutti a vivere nel modo di quel governo; io dico, posto che le leggi sieno popolari,