Pagina:Trattato de' governi.djvu/62

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libro secondo — cap. i. 43

Che egli è, dico, necessario, o che tutti i cittadini partecipino di tutte le cose, o di nessuna; o di certe sì, e di certe no. E che e’ non partecipino di nessuna è impossibil cosa, imperocchè il governo è una certa compagnia; ed il luogo innanzi tratto è partecipe a tutti, essendo egli una parità d’una sola città: ed i cittadini essendo d’una sola città partecipi. Ma è egli meglio, che una città, che abbia ad esser bene abitata faccia partecipi i suoi cittadini di quante più cose si può? Ovvero è e’ meglio, che ella di certe gli faccia partecipi, e di certe no? Perchè e’ si può far partecipi i suoi cittadini nei figliuoli, nelle mogli, e nei beni; siccome fa la republica di Platone: dove Socrate afferma tutte le predette cose dover essere comuni. Questo capo adunque è e’ meglio, che stia siccome oggi si usa? ovvero come è scritto in quella legge? — Ha certo tale posizione di far le mogli comuni molte altre difficoltà. Ma la cagione ancora, onde Socrate afferma esser bene di por questa legge, non pare che si cavi dalle sue ragioni. Oltra di questo è egli impossibile siccome io ho detto ora, che ella serva a quel fine, il quale, dice egli, dover essere nella republica. Nè ancora v’è determinato in che modo si possa tal cosa costituire: io dico il fare, che la città tutta diventi una sola cosa, come cosa ottima infra tutte le altre. Che questa invero è la supposizion di Socrate. — Ma egli è chiaro, che, procedendosi per tal verso di far la città una il più che si può, ella non sarà più città; essendo la città un numero di cittadini per natura insieme accozzati. Onde se ella diventerà una il più che si può, ella fia piuttosto una casa in cambio di una città, ed un sol uomo in cambio d’una casa; perchè più una si dice essere la casa, che non si dice la città: e più uno si dice essere un sol