Pagina:Ultime lettere di Jacopo Ortis.djvu/88

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86 ultime lettere d’jacopo ortis.

chiaja. Andandolo a visitare, lo incontrai su la porta delle sue stanze mentr’egli trascinavasi per uscire. Mi ravvisò, e fermatosi sul suo bastone, mi posò la mano su la spalla, dicendomi: Tu vieni a rivedere quest’animoso cavallo che si sente nel cuore la superbia della sua bella gioventù; ma che ora stramazza fra via, e si rialza soltanto per le battiture della fortuna. — E’ paventa di essere cacciato dalla sua cattedra, e di trovarsi costretto dopo settanta anni di studj e di gloria ad agonizzare elemosinando.

Milano, 11 novembre.

Chiesi la vita di Benvenuto Cellini a un librajo — Non l’abbiamo. Lo richiesi di un altro scrittore; e allora quasi dispettoso mi disse, ch’ei non vendeva libri italiani. La gente civile parla elegantemente il francese, e appena intende lo schietto toscano. I pubblici atti e le leggi sono scritte in una cotal lingua bastarda, che le ignude frasi suggellano la ignoranza e la servitù di chi le detta. I Demosteni Cisalpini disputarono caldamente nel loro Senato per esiliare con sentenza capitale dalla Repubblica la lingua greca e la latina. S’è creata una legge che avea l’unico fine di sbandire da ogni impiego il matematico Gregorio Fontana, e Vincenzo Monti: non so cos’abbiano scritto contro alla libertà, prima che fosse discesa a prostituirsi in Italia; so che sono presti a scrivere anche per essa. E quale pur fosse la loro colpa, la ingiustizia della punizione li assolve, e la solennità d’una legge creata per due soli individui accresce la loro celebrità. — Chiesi ov’erano le sale de’ Consigli Legislativi: pochi m’intesero; pochissimi mi risposero; e niuno seppe insegnarmi.

Milano, 4 dicembre.

Siati questa l’unica risposta a’ tuoi consigli. In tutti i paesi ho veduto gli uomini sempre di tre sorta: i pochi che comandano; l’universalità che serve; e i molti che brigano. Noi non possiam comandare, nè forse siam tanto scaltri; noi non siam ciechi, nè vogliamo ubbidire; noi non ci degniamo di brigare. E il meglio è vivere come que’ cani senza padrone, a’ quali non toccano né tozzi né percosse. — Che vuoi tu ch’io accatti protezioni ed impieghi in uno stato ov’io sono reputato straniero, e donde il capriccio di ogni spia può farmi sfrattare? Tu mi esalti sempre il mio ingegno: sai tu quanto io vaglio? né più né meno di ciò che vale la mia entrata: se per altro io non facessi il letterato di corte, rintuzzando quel nobile ardire che irrita i potenti, e dissimulando la virtù e la scienza, per non rimproverarli della loro ignoranza, e delle loro scelleraggini. Letterati! — O! tu dirai, così da per tutto. — E sia così: lascio il mondo com’è; ma s’io dovessi impacciarmene, vorrei o