Pagina:Una sfida al Polo.djvu/276

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270 capitolo xxi.


— Anch’io per un istante ho creduto che tutto fosse finito, — rispose il canadese. — Se quella torre fosse sorta trecento passi più vicina, l’automobile ed anche il carrozzone sarebbero stati sminuzzati.

— E noi con loro. Che belle bistecche per gli orsi bianchi! Che il pak si risollevi? —

Invece di rispondergli, il canadese si volse verso Dik il quale, abituato a quei terribili spettacoli, non appariva affatto impressionato e gli disse:

— Lanciate e cerchiamo di guadagnare la terra ferma. Il freddo è aumentato d’un altro grado e le pressioni continueranno chissà per quanto tempo, il pericolo esiste qui come più innanzi.

Sfidiamolo. —

L’ex-baleniere scosse il capo, poi rimise in movimento il motore ed approfittando d’un momento di calma, scagliò le vetture a cento chilometri di velocità.

Aveva pur lui compreso che solo la terra ferma avrebbe potuto salvarli da un disastro spaventevole che poteva succedere da un momento all’altro.

Ben presto la corsa del treno divenne fulminea. Pareva che volasse, tutto avvolto in un turbinìo di sottilissimi aghi di ghiaccio i quali balenavano stranamente sotto gli ultimi raggi del sole.

Di quando in quando faceva dei balzi giganteschi e rollava disperatamente come un veliero sbattuto dalla tempesta, fra i mille muggiti delle formidabili pressioni che si potevano benissimo scambiare pei muggiti delle onde in furore, completando così l’illusione.

Intorno, il pak si sollevava, crepava, detonando, si alzavano bruscamente immani colonne di ghiaccio spinte in alto dalle possenti strette e che poi, come sempre, crollavano, lanciando