Pagina:Una sfida al Polo.djvu/278

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272 capitolo xxi.

della capote di cuoio. — La vettura si è staccata ed è rimasta indietro!...

— Mille dannazioni eterne!... — urlò il canadese.

— Devo frenare? — chiese Dik.

— Lasciamola andare per ora, — rispose il signor di Montcalm. — Tornare, sarebbe come cercare la morte.

Torneremo più tardi a riprenderla se il ghiaccio non l’avrà inghiottita.

Via, Dik!... Via!... —

Le pressioni ricominciavano in quel momento con rabbia crescente. Il pak, compresso contro le sponde meridionali dell’isola di Devon, si contorceva tutto come se fosse diventato di gomma.

Da tutte le parti sorgevano blocchi di ghiaccio, i quali saltavano fuori dalla grande massa coll’impeto di blocchi scaraventati in aria dallo scoppio di una mina.

La morte aleggiava intorno ai tre audaci e dava loro la caccia per afferrarli e seppellirli in fondo ai gelidi baratri dell’oceano artico.

Si poteva dire che ormai gareggiavano coll’orribile megera.

— Via!... Via!... — continuava a gridare il signor di Montcalm, con voce strozzata. — Lanciate Dik!... Lanciate!... —

L’ex-baleniere non aveva bisogno di quei consigli. Aggrappato disperatamente al volante, cogli occhi spalancati, quasi rannicchiato dietro lo scudo protettore, non scemava d’un metro la spaventosa velocità del motore pulsante febbrilmente.

Passarono altri dieci minuti lunghi come dieci ore pei tre disgraziati, poi la vettura s’alzò scagliandosi in mezzo ad una fitta cortina di nebbia.

— Saliamo la costa, — gridò Dik, — Tenetevi fermi!... Cerco di frenare!... —

Avevano raggiunto la terra ferma ed ormai le pressioni più