Pagina:Una sfida al Polo.djvu/288

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282 capitolo xxii.

finalmente si calmò, sicchè al mattino sulla grande isola regnava una calma relativa.

La neve era però caduta in così grande quantità che lo spessore del ghiaccio era aumentato di quasi tre metri, rendendo l’atmosfera quasi irrespirabile tanto era fredda.

Il canadese ed i suoi compagni, quasi completamente assiderati, malgrado lo spessore delle loro pelliccie, con un ultimo sforzo aprirono un varco nella massa gelata, improvvisando una strada saliente verso la superficie del ghiaccio, poi lanciarono l’automobile, ansiosi di tornare sul pak.

Avrebbero ritrovata la loro vettura che portava con essa tutte le loro speranze, poichè nei suoi fianchi stavano rinchiusi i serbatoi di benzina? Ecco quanto si chiedevano ansiosamente.

Se il golfo di Boothia l’aveva inghiottita potevano considerarsi come perduti, poichè l’automobile non avrebbe potuto percorrere più d’una cinquantina di chilometri nè, anche se avesse avuto una grossa riserva di benzina, proteggerli contro i terribili freddi del Polo artico.

La tempesta di neve aveva trasformata la costa meridionale dell’isola. Se due giorni prima era quasi piana, ora mostrava una serie infinita di ondulazioni più o meno accentuate, simili alle rolling prairies delle sconfinate praterie del Far-West, che l’automobile però superava facilmente, pur rollando e beccheggiando disperatamente.

Con una volata di mezz’ora, a sessanta chilometri di velocità, la vettura raggiunse la costa, arrestandosi bruscamente sulla cima sotto una poderosa stretta di freni.

Il canadese, lo studente e perfino il flemmatico Dik erano balzati in piedi.

L’immenso pak, tutto scintillante d’una luce intensissima in causa del rifrangersi dei raggi solari, si stendeva dinanzi a loro.