Pagina:Una sfida al Polo.djvu/63

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una sfida grandiosa 57

L’omiciattolo non si era ingannato nelle sue previsioni, poichè otto giorni dopo mister Torpon ed il signor di Montcalm si trovavano seduti, insieme ai due maestri di boxe, i quali non li avevano lasciati, dinanzi alla stessa tavola che aveva servito loro pel terribile brindisi augurante la morte o all’uno od all’altro.

La loro guarigione era stata rapidissima, mercè le cure assidue del bravo dottore e sopratutto mercè la loro robusta fibra.

Le ferite si erano perfettamente cicatrizzate quasi nello stesso tempo ed i due valentuomini pareva, almeno apparentemente, che non si fossero serbati alcun rancore per quei due colpi di coltello che ancora una volta li avevano pareggiati nelle loro sfide.

Una splendida colazione era stata ordinata questa volta dal canadese e tutti vi si erano attaccati con grande appetito, inaffiandola coi migliori vini di Francia e anche d’Italia.

Già avevano sorbito il caffè, quando il canadese, dopo di aver acceso un londres e di essersi rovesciato sulla sedia, disse:

Mister Torpon, che cosa pensate ora di fare? Di continuare la nostra lotta o di rinunciare alla mano di miss Perkins?

Mi pare che le abbiamo provate tutte e sempre senza vantaggio nè per voi, nè per me. —

L’americano che stava assaporando il fumo profumato d’un grosso cuba, guardò il canadese con vivo stupore.

— Che cosa dite mai, signor di Montcalm!... — esclamò. — Io rinunciare agli occhi azzurri ed ai capelli biondi di quella deliziosa miss? Da quando in qua un yankee rinuncia alla lotta? Anche se caduto si rialza subito, se il diavolo non l’ha portato via, e più deciso che mai.