Pagina:Verga - Don Candeloro e C., 1894.djvu/131

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Papa Sisto 123

di ogni altro, notizie fresche. Andava a raccoglierle sino a Scordia e a Valsavoja, insieme alle erbe, talchè il figliuolo, perchè parlasse in libertà, lo ficcava anche in cucina, col naso sulla scodella.

Giunsero le funzioni del Giovedì Santo, la comunione per tutti i frati, abbracci e baci a destra e a sinistra. — Fra Giobattista adesso, colle lagrime agli occhi, si picchiava il petto quasi fosse giunta l’ultima sua ora. Tanto che il guardiano si mise in sospetto e lo chiamò in sagrestia: — Che c’è, figliuol mio? Che sai? — Niente, Padre. Ho il cuore grosso. Il cuore mi dice che arriva il finimondo.

Con tutta la comunione in corpo era più furbo che mai, quel diavolo di Vito Scardo, e non diceva altro. Ma il guardiano tirò un sospirone. Il finimondo, per un servo di Dio della taglia di fra Giobattista, doveva essere la vittoria dei regi e della podestà legittima. — Gli era rimasto sempre sullo stomaco quel religioso. — Fra Mansueto invece, giallo come un morto, lo aspettò nel corridoio per raccomandarsi a lui. C’era qualcosa per aria? Eh? Che sapeva di certo? — Nulla.... di certo, nulla.... Chiacchiere. “Tempo di guerre, menzogne per le terre„. — Insomma ciascuno più era al buio di tutto, e più