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222 Don Candeloro e C.i

o di un delinquente — e la moglie seminuda, i figliuoli atterriti che s’avvinghiavano a lui. — Lasciatemi!... perdio!... È la rovina!... Meglio la morte! — Il vocìo della folla, il crepitare dell’incendio, il getto delle pompe, lo squillare delle cornette dei pompieri. — E dei visi arrossati, delle ombre nere che formicolavano nel chiarore ardente, le placche dei carabinieri che l’abbacinavano. — Che vedeva egli, che sentiva in quel momento torbido? Le mani convulse che si stendevano verso di lui, fra il luccicare delle baionette; la fanciulla brancicata senza riguardo da cento sconosciuti, il figliuolo dibattendosi furioso fra i soldati: — Papà! papà mio! — E i sogghigni dei malevoli, il sussurro avverso della voce pubblica: — Trecentomila lire d’assicurazione!... Si capisce!... Tanto più che la barca faceva acqua da tutte le parti! — Due volte il forsennato tentò di rompere il cordone di truppa che isolava l’incendio, e due volte fu respinto urlante e traballante sul marciapiedi: — È la mia roba, vi dico!... La mia roba!... Lasciatemi morire! — E noi, papà? Siamo noi! Ascolta — Ah, figli miei! Poveri figli miei! — E il piangere che faceva, lì in mezzo alla strada, le lagrime che gli rigavano il viso sporco di fumo e di polvere — le lagrime della moglie e