Pagina:Verga - Don Candeloro e C., 1894.djvu/232

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224 Don Candeloro e C.i

cia dei figli per slanciarsi nella voragine ardente, rovesciando quanti gli si opponevano, lottando come un forsennato contro tutti, respinto, percosso, tornando a cacciarsi avanti a testa bassa, grondante sangue, colla schiuma alla bocca, la bocca da cui usciva un grido che non aveva più nulla d’umano: — La cassa! I libri!

Lo portarono a casa su di una barella, tutto una piaga e mezzo asfissiato. Stette un mese fra morte e vita, coll’aspettativa del giudizio infame in quell’agonia, e gli occhi dei figli che lo interrogavano. — Povera Lia, come sei pallida! — E anche tu, Arturo! Anche tu! Vedete, sono tranquillo adesso, tra voi. Vedete come sorrido, povere creature? — E poi ancora dinanzi ai giudici, seduto al posto dei malfattori, sotto l’interrogatorio e le testimonianze contrarie, e la difesa dell’avvocato che invocava in suo favore quarant’anni di probità intemerata, e il viso pallido del figliuolo che ascoltava fra l’uditorio, e le braccia tremanti delle sue donne che l’avvinsero all’uscita del tribunale. — Assolto! Assolto! — Senza dir altro, un’altra parola, che rimase muta e gelida fra di loro, sempre!