Pagina:Versi di Giacomo Zanella.djvu/153

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

timossena 139

45Come se un’aura la levasse a volo,
Sentìa farsi il cammin, quanto dell’erta
Più guadagnava; e dileguar l’affanno
E serenarsi il cor, tosto che un’ara
Agli occhi le s’offrìa fra i mirti ascosa,
50E coll’arco alle spalle il simulacro
Dell’immortale Amor. Destossi all’alba,
E fra mesta e fidente appresentossi
Allo sposo: «Se mai stilla di dolce
Da me, Plutarco, avesti e non del core
55Tutta uscita ti son, questa preghiera
Mi adempi, gli dicea, che un Dio m’ispira,
Provvido, immenso, onnipossente Iddio,
Cui siam cari ambedue. Sull’Elicona
Non è sol delle Muse il santo albergo
60E la reggia d’Apollo: anco all’Amore
Vi sorge un’ara, a cui venir son use
Le tebane fanciulle e di colombe
Vittime offrir, se nel garzon diletto
Veggon per caso intiepidir la fiamma
65Che altra volta lo ardea. Fedele amica
Sovente mi narrò, che coll’aita
Grazïosa del nume il cor riebbe
Dell’amante; e di spose e di mariti
Dopo lunga tenzon pacificati
70Corron storie mirabili. Domani
Moviam colà: si adunino i parenti
E gli amici con noi. Voglio di Amore