Pagina:Versi di Giacomo Zanella.djvu/177

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l'alcione. 163


     Di Ceice che intanto lungo il bruno
Di Lete fiumicel colà movea
60Onde si nega che ritorni alcuno.

     Allor dello stellato etra la Dea
Commiserando i lai della donzella
63Che pianti e preghi inutili spargea,

     A sè l’alidorata Iride appella
E, Vanne, dice, alla magione ombrosa
66Vanne del Sonno, o mia fidata ancella;

     E dilli che l’immagine dogliosa
Appresenti del naufrago consorte
69A quella abbandonata e non più sposa.

     Iride entrò le tenebrose porte.
Al repente fulgor ch’empie la grotta,
72De’ lievi Sogni fluttua la coorte,

     Che riversati, svolazzando in frotta
Senz’altra voce che il fruscìo dell’ali,
75Fuggon tremando ove ancor l’antro annotta.

     Co’ papaveri al crin, sovra guanciali
Oscuri più dell’ebano sbadiglia
78Il domator de’ numi e de’ mortali,