Pagina:Versi di Giacomo Zanella.djvu/219

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il cantico di debora. 205

         140E, spiato al ferir modo,
         Nelle tempie gliel cacciò.

              Traforolle. Al suo cospetto
         Si scotea divincolando;
         Trambasciando, sanguinando
         145Si torceva il maledetto,
         Finché giacque in abbandon
         Fiero ingombro al padiglion.

     Dalla finestra protendea lo sguardo
La madre intanto e lo chiamava a nome.
150Perchè non giunge? come
Il vol di sue quadrighe oggi è sì tardo,
Di sue quadrighe il vol che il vento avanza?
Ululando dicea nella sua stanza.

     La maggior delle ancelle a confortarla
155Allor così le parla:
Or dividon le prede: immense prede
Essi forse non fero? Una donzella,
Due donzelle a ciascun; ma la più bella
A Sisara si dà. Di ostro superba
160E di rubini screzïata e di oro
Per Sisara una veste si riserba;
Ei già vi passa la cervice, e riede
Grave le terga di regal tesoro.