Pagina:Versi di Giacomo Zanella.djvu/309

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ero a leandro. 295


     Indi traendo alla conocchia il lino
Io siedo e con femminëi sermoni
57Inganno, come posso, il mio destino.

     Chiedi di che per tante ore ragioni?
Di vestiti o di danze io non favello;
60Tu sol sulle mie labbra ognor risuoni.

     Pensi, io dico, nutrice, che all’ostello
Leandro si sia tolto? o che sian desti
63Tutti? e del padre ei tema e del fratello?

     Credi tu che dagli omeri le vesti
Ora deponga, e di salubre e schietto
66Olio le belle membra unger si appresti?

     Ella accenna che sì; non che l’affetto
Nostro l’agiti assai; ma ’l capo antico
69Vacillante per sonno inchina al petto.

     Fatto un breve silenzio, adesso, io dico,
Ei da riva si parte; in questo punto
72Entra nell’acque l’animoso amico.

     Nè filando un pennecchio anco ho consunto,
Che la nutrice interrogo: ti pare
75Ch’ei possa a mezzo corso essere or giunto?