Pagina:Vico, Giambattista – Il diritto universale, Vol. III, 1936 – BEIC 1961890.djvu/194

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778 nota


la vostra mente di tanta luce che basta ad illustrare la nostra etá, non che la patria nostra»; chi legga codeste banalitá e ricordi, d’altra parte, con animo quanto battagliero e con quanti «indefessi labores vigiliaeque» il Vico usasse abitualmente, come scrive nelle Vindicae’1, «meam dignitatem ab aemulis vindicandam obtinendamque», ha pure il diritto di pensare che, quella volta, egli s’astenesse dall’entrare in lizza perché intimamente convinto così della nessuna efficacia difensiva di quel misero «scudo», come del fondamento di vero ch’era in quelle accuse.

Checché sia di tutto ciò, su di esse non tardò a cadere l’oblio, così come, del resto, il De uno e, in genere, l’intero Diritto universale finí con l’essere totalmente dimenticato, specie da che il Vico, superata nelle due Scienze nuove, e particolarmente nella seconda, la posizione mentale di cui esso è documento, volle farne, nel 1731, esplicito rifiuto 2. A mala pena, lungo tutto il secolo decimottavo, esso era consultato di quando in quando da qualche studioso di diritto, come per esempio, nel 1780, dall’allora giovane Romagnosi3: onde bisognò giungere al primo anno del nuovo secolo, ossia alla fioritura di studi vichiani ch’è tra le caratteristiche del grande «secolo della storia»4, perché si cominciasse a comprendere quanto il De uno (e piú ancora, naturalmente, il De constantia e le Notae) giovasse alla piena intelligenza del cosí difficile pensiero del primo e maggiore tra i moderni teorici della storiografia.

E invero sin dal 1801 Vincenzo Monti, o chi altro fosse, in quell’anno, l’anonimo traduttore italiano del De antiquissima italorum sapientia5, si proponeva di volgarizzare anche il De uno, salvo poi a non cominciare nemmeno quella nobile fatica. Egual destino, del resto, ebbe un’altra versione italiana che Gabriele Pepe, esule a Firenze, pensava di preparare nel 1824, e di cui poi (1833) si contentò di proporre l’esecuzione a suo fratello Carlo, che neppur lui ne fece nulla6 Il medesimo Gabriele annunziava

  1. Presente ediz. delle Opere, III, 350.
  2. Autobiografia, p. 73.
  3. Cfr. Predari, nella sua edizione delle Opere del Vico. I, 771, nota a.
  4. Cfr. Croce, Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono2 (Bari, Laterza, 1930), vol. I, cap. 1.
  5. Cfr. la prefazione del traduttore (ristampa di Napoli, Silvestri, 1817, p. xii).
  6. Cfr. M. Romano, Ricerche su Vincenzo Cuoco (Isernia, Colitti, 1904), pp. 11-2, in nota.