Pagina:Vivanti - I divoratori, Firenze, Bemporad, 1922.djvu/79

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i divoratori 67


gliavano tra loro e soffocavano le risate nel fazzoletto, scotendo le esili spalle e le teste inanellate. La sera apparvero tutte e tre in seriche vesti color di rosa, strette nella vita, e molto scollate, perfino la minore che non mostrava più di quattordici anni. Portarono a tavola tre orsacchiotti di pelo giallo, che baciavano ogni tanto, chiamandoli «Darling Teddy-bears!» Erano rumorose e irrequiete e volgari, e attiravano l'attenzione di tutti. Ma la loro bellezza era indescrivibile. Le due maggiori portavano i capelli in una massa di riccioli rosso-dorati raccolti sulla sommità del capo con un immenso nodo nero; mentre la minore aveva la fluente capigliatura disciolta e divisa nel mezzo, sì che le cadeva, liscia e lucida come acqua dorata, fino alla cintura.

Nino alla sua tavola si arricciava i baffi, dimenticando di offrire le vivande a Nunziata; e Nunziata, senza smettere di discorrere e di sorridere, amabilissima, si mordeva le labbra scarlatte e faceva girare e rigirare gli anelli sulle dita delicate.

D'un tratto disse — come per caso — che proprio oggi aveva ricevuto una lettera dal conte Melindo di Tarbìa. Melindo di Tarbìa? Subito Nino si rabbuiò. Il nome del ricchissimo siciliano lo urtava sempre, ed anche stavolta s'imbronciò e fece a Nunziata delle osservazioni ingiuste ed amare. Ella lo ascoltò dolce e paziente, mordendosi le labbra scarlatte, e facendo girare e rigirare gli anelli sulle dita delicate; quindi disse che Tarbìa intendeva di venire a Bürgenstock, verso la fine della settimana...

Nino respinse il piatto, incrociò le braccia e disse che partirebbe l'indomani. Allora Nunziata rise e disse:

— Anch'io.

Nino le strinse le dita sotto la tavola, le disse che era un angelo, e finì il suo pranzo in pace.