Pagina:Zibaldone di pensieri I.djvu/134

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108 pensieri (22-23)

giori era una frivolezza  (23) in quei tempi tanto diversi. Cosí perderono la libertà, non si arrivò a conservare e difendere quello che pur Bruto per un avanzo d’illusioni aveva fatto, vennero gl’imperatori, crebbe la lussuria e l’ignavia; e poco dopo con tanto piú filosofia, libri, scienza, esperienza, storia, erano barbari.

E la ragione, facendoci naturalmente amici dell’utile proprio e togliendo le illusioni che ci legano gli uni agli altri, scioglie assolutamente la società e inferocisce le persone.


*   Anche l’amore della maraviglia par che si debba ridurre all’amore dello straordinario e all’odio della noia, ch’è prodotta dall’uniformità.


*   Vedendo meco viaggiar la luna.


*   Non è favoloso, ma ragionevole e vero il porre i tempi eroici tra gli antichissimi. L’eroismo e il sagrifizio di se stesso e la gloriosa morte ec., di cui parla il Breme, Spettatore, p. 47, finiscono colle illusioni; e non è un minchione che le voglia in se in tempi di ragione e di filosofia, come sono questi, ch’essendo tali, sono anche quello ch’io dico, cioè privi affatto di eroismo, ec.


*   Quell’affetto nella lirica che cagiona l’eloquenza, e abbagliando meno persuade e muove piú, e piú dolcemente, massime nel tenero, non si trova in nessun lirico né antico né moderno, se non nel Petrarca, almeno almeno in quel grado; e Orazio, quantunque forse sia superiore nelle immagini e nelle sentenze, in questo affetto ed eloquenza e copia non può pur venire al paragone col Petrarca; il cui stile inoltre (io non parlo qui solo delle canzoni amorose, ma anche singolarmente e nominatamente delle tre liriche, O aspettata in ciel beata e bella, Spirto gentil che