Pagina:Zibaldone di pensieri I.djvu/135

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(23) pensieri 109

quelle membra reggi, Italia mia, ec.) ha una semplicità e candidezza sua propria, che però si piega e si accomoda mirabilmente alla nobiltà e magnificenza del dire (come in quel: Pon mente al temerario ardir di Serse, ec.) cosí in tutto il corpo e continuatamente, come nelle varie parti e in quelle dove egli si alza a maggior sublimità e nobiltà che per l’ordinario; si piega alle sentenze (come in quel: Rade volte addivien che a l’alte imprese, ec.), quantunque di quelle spiccate non n’abbia gran fatto in quelle tre canzoni; si piega ottimamente alle immagini, delle quali le tre canzoni abbondano e sono innestate nello stile e formanti il sangue di esso ec. (come: Al qual come si legge, Mario aperse sí ’l fianco ec. Di lor vene ove il nostro ferro mise ec. Le man l’avess’io avvolte entro’ capegli ec.).


*   Il Testi ha dicitura competentemente poetica ed elegante, non manca d’immagini, ha anche qualche immaginetta graziosa (come dove dice di Davidde: E allor che in oriente il dí nascea Usciva a pascer l’agne Su la costa del monte o lungo il rio, nella canzone Nelle squallide spiagge ove Acheronte), ha sufficiente grandiosità ed anche qualche eloquenza; le sentenze non sono mal collocate né esposte, quantunque non nuove; riesce anche benino assai nelle canzone filosofiche all’oraziana, imita spesso e qualche volta quasi traduce Orazio; ma non ha l’animatezza la scolpitezza, e la concisa nervosità e muscolosità ed energia e lo spirito del suo stile, né molta originalità e novità, né proprio proprio sublimità di concetti e d’invenzioni. Ma tutti i pregi che ho detto, salvo solamente la grandiosità e l’eloquenza, risplendono massimamente nelle canzoni della prima parte, che sono per la piú parte filosofiche e oraziane, dove lo stile è castigato e non manca leggiadria di maniere e di concetti; perché nelle altre parti, quantunque s’innalzi