Pagina:Zibaldone di pensieri I.djvu/148

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122 pensieri (30-31)

*   Nella quistione se [si] debba dire be ce de ec. o bi ec. e però abbiccí o abbeccé, della quale vedi il Manni, Lezioni di lingua toscana, io, senza cercare l’uso di qual città debba far legge, ma quale sia piú ragionevole, preferisco l’abbeccé, ch’è anche nostro marchegiano, per ragioni cavate dalla natura, la quale pare che quel riposo vocale per la cui necessità soltanto si dà il nome alle consonanti, lasciando le vocali sole come sono (quantunque gli antichi greci, ebrei ec. nominassero anche le vocali), l’abbia ristretto all’e; onde provatevi a pronunziar sola una consonante per esempio l’f o l’n (metto queste sulle quali non cade la quistione né l’uso di pronunziare piuttosto in un modo che in un altro), vedrete che la pronunzia non potendo star sospesa e finita nella pura consonante, e dovendo cascare in vocale, vi casca nell’e: cosí vediamo che i fanciulli nel leggere, e chiunque trascina la pronunzia delle parole, a quelle lettere che non hanno vocale dopo aggiunge un mezzo e, come in aredenetemenete ine pace ec. Però gli ebrei (e credo che cosí sia in tutte le lingue orientali), ponendo sempre un riposo dopo ogni consonante o espresso o sottinteso, quando manca la vocale, ci mettono o ci suppongono lo sceva, tanto in mezzo che in fine delle parole; il quale talora si pronunzia talora no, e in genere si può molto propriamente rassomigliare all’e muta dei francesi, i quali non hanno altra vocale muta che l’e; nuova prova di quel ch’io dico.


*   Io1, per esprimere l’effetto indefinibile che fanno in noi le odi di Anacreonte, non so trovare similitudine ed esempio piú adattato di un  (31) alito passeggero di venticello fresco nell’estate, odorifero e ricreante, che tutto in un momento vi ristora in certo modo e v’apre come il respiro e il cuore con una

  1. Vedi a questo proposito la pag. 3441.