Pagina:Zibaldone di pensieri I.djvu/304

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276 pensieri (169-170)

guivano il fine voluto dalla natura, che è di vivere, se non paghi intieramente di quella tal vita, almeno contenti della vita in genere. Oltre la detta varietà, che li distraeva infinitamente, e li faceva passare rapidamente da una cosa all’altra, senz’aver tempo di conoscerla a fondo né di logorare il piacere coll’assuefazione. -3°, La speranza è infinita come il desiderio del piacere, ed ha di piú la forza, se non di soddisfar l’uomo, almeno di riempierlo di consolazione e di mantenerlo in piena vita. La speranza propria dell’uomo, degli antichi, fanciulli, ignoranti, è quasi annullata per il moderno sapiente. Vedi il pensiero che incomincia Racconta, p. 162.


     Del resto, il desiderio del piacere essendo materialmente infinito in estensione (non solamente nell’uomo, ma in ogni vivente), la pena dell’uomo nel provare un piacere è di veder subito i limiti della sua estensione, i quali l’uomo non molto profondo gli scorge solamente da presso. Quindi è manifesto: -1°, perché tutti (170) i beni paiano bellissimi e sommi da lontano e l’ignoto sia piú bello del noto: effetto della immaginazione determinato dalla inclinazione della natura al piacere; effetto delle illusioni voluto dalla natura. -2°, Perché l’anima preferisca in poesia, e da pertutto, il bello aereo, le idee infinite. Stante la considerazione qui sopra detta, l’anima deve naturalmente preferire agli altri quel piacere ch’ella non può abbracciare. Di questo bello aereo, di queste idee abbondavano gli antichi, abbondano i loro poeti, massime il piú antico cioè Omero, abbondano i fanciulli veramente Omerici in questo, (v. il pensiero Circa l’immaginazione, p. 57, e l’altro p. 100), gl’ignoranti, ec. in somma la natura. La cognizione e il sapere ne fa strage, e a noi riesce difficilissimo il provarne. La malinconia, il sentimentale moderno ec., perciò appunto sono cosí dolci, perché immergono l’anima in un abbisso di pensieri indeterminati, de’ quali non sa