Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/109

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96 pensieri (619-620-621)

meno a sforzarsi ed intraprender nulla per se, considerando le cose come indifferenti ed avendo quasi perduto il tatto e il senso dell’animo e coperta di un callo tutta la facoltà sensitiva, desiderativa ec., insomma le passioni e gli affetti d’ogni sorta; e quasi perduta per lungo uso e forte e lunga pressione, quasi tutta l’elasticità delle  (620) molle e forze dell’anima. Ordinariamente la maggior cura di questi tali è di conservare lo stato presente, di tenere una vita metodica e di nulla mutare o innovare, non già per indole pusillanime o inerte, che anzi ella sarà stata tutto l’opposto, ma per una timidità derivata dall’esperienza delle sciagure, la quale porta l’uomo a temere di perdere a causa delle novità quel tal quale riposo o quiete o sonno, in cui dopo lunghi combattimenti e resistenze l’animo suo finalmente s’è addormentato e raccolto e quasi accovacciato. Il mondo è pieno oggidí di disperati di questa seconda sorta, come fra gli antichi erano frequentissimi quelli della prima specie. Quindi si può facilmente vedere quanto debba guadagnare l’attività, la varietà, la mobilità, la vita di questo mondo; quando tutti si può dire i migliori animi, giunti a una certa maturità, divengono incapaci di azione ed inutili a se medesimi, e agli altri (6 febbraio 1821).


*    Floro IV, 12, verso la fine: Hic finis  (621) Augusto bellicorum certaminum fuit: idem rebellandi finis Hispaniae. Certa mox fides et aeterna pax; cum ipsorum ingenio in pacis partes promtiore, tum consilio Caesaris. Dopo aver letto tutto ciò che Floro dice delle virtú guerriere degli Spagnuoli, II, 17, 18; III, 22 e in quel medesimo capo che ho citato, nelle cose che precedono immediatamente il riferito passo (notate che Floro, si crede per congettura dai critici oriundo Spagnuolo); considerando l’assedio famosissimo di Sagunto; ricordandosi di quel luogo di Velleio, dove fra le altre