Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/108

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
(618-619) pensieri 95

     (618) Vedendosi esclusi essi dalla vita cercano di vivere in certo modo in altrui non per amor loro, e quasi neanche per amor proprio, ma perché, sebben tolta la vita, resta però loro l’esistenza da occupare e da sentire in qualche maniera (6 febbraio 1821).


*    La disperazione della natura è sempre feroce, frenetica, sanguinaria; non cede alla necessità, alla fortuna, ma la vuol vincere in se stesso, cioè coi propri danni, colla propria morte ec. Quella disperazione placida, tranquilla, rassegnata, colla quale l’uomo, perduta ogni speranza di felicità, o in genere per la condizione umana, o in particolare per le circostanze sue, tuttavolta si piega, e si adatta a vivere e a tollerare il tempo e gli anni, cedendo alla necessità riconosciuta; questa disperazione, sebbene deriva dalla prima, in quel modo che ho spiegato di sopra p. 616, fine, 617, principio, tuttavia non è quasi propria se non della ragione e della filosofia e quindi specialmente e singolarmente propria de’ tempi moderni. Ed ora infatti si può dir che qualunque ha  (619) un certo grado d’ingegno e di sentimento, fatta che ha l’esperienza del mondo, e in particolare poi tutti quelli ch’essendo tali, e giunti a un’età matura sono sventurati; cadono e rimangono sino alla morte in questo stato di tranquilla disperazione. Stato quasi del tutto sconosciuto agli antichi, ed anche oggi alla gioventú sensibile, magnanima, e sventurata. Conseguenza della prima disperazione è l’odio di se stesso (perché resta ancora all’uomo tanta forza di amor proprio, da potersi odiare), ma cura e stima delle cose. Della seconda, la noncuranza e il disprezzo e l’indifferenza verso le cose; verso se stesso un certo languido amore (perché l’uomo non ha piú tanto amor proprio da aver forza di odiarsi) che somiglia alla noncuranza, ma pure amore, tale però che non porta l’uomo ad angustiarsi, addolorarsi, sentir compassione delle proprie sventure e molto