Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/113

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100 pensieri (627-628)

stenza, ancorché piú breve, tutta però sarebbe vera vita? Anche ponendo dall’una parte cento anni di esistenza, e dall’altra non piú che quaranta, o trenta di vita, la somma della vita, non sarebbe maggiore in quest’ultima? trenta anni di vita non contengono maggior vita che cento di morta esistenza? Questi sono i veri calcoli convenienti al filosofo, che non si contenti di misurar le cose, ma le pesi e ne stimi il valore; e non faccia come il secco matematico che calcola le quantità in genere e in astratto, ma relativamente alla loro sostanza e qualità e natura e peso e forza specifica e reale.

Aggiungo poi questo ancora. Nego che la mortalità negli stati antichi fosse maggiore altro che in apparenza. Lascio i tiranni, lascio i capricci, le passioni, le voglie de’ principi, e non cerco se queste costino alla umanità piú sangue, che non i disordini e le turbolenze di un popolo libero. Dico che la vitalità negli stati antichi era tanto maggiore che nei presenti, non solo da compensare abbondantemente ogni cagione o principio di mortalità, ma da preponderare,  (628) e far pendere la bilancia dalla parte della vita: brevemente, dico che la somma della vita negli stati antichi era maggiore che nei presenti; e questo non già per cause accidentali, o in maniera che potesse non essere, ma per cause essenziali e inerenti alla natura di quegli stati; anzi tali, che, tolti quegli stati o simili a quelli, la somma della vita non può essere se non molto minore; la vitalità fuori di quelli o simili stati non può esser tanta. Gli esercizi e l’attività continua del corpo primieramente, e poi (che non poco, anzi sommamente contribuisce al ben essere fisico, e alla durata della vita) gli esercizi ed attività dell’anima, la varietà, il movimento, la forza delle azioni ed occupazioni, la rarità della noia, dell’inerzia ec., conseguenze necessarie degli stati antichi, erano cause cosí grandi e certe di vitalità, come sono grandissime e certissime cause di