Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/55

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42 pensieri (525-526)

Cosí i nostri principi. Regnano, e saprebbero servire (cosí i nostri magistrati, ministri, grandi. Regnano e servono. Sanno riunir l’una cosa all’altra. Le mettono effettivamente in opera ambedue). Ma, come sarebbero capacissimi di servitú (e perciò appunto che regnano come fanno e che son tali signori), cosí sarebbero incapaci di libertà e di uguaglianza. Questa non può né convenire particolarmente né conservarsi in una nazione senza le qualità e le forze della natura. Un uomo o una nazione snaturata non può esser libera, né  (525) molto meno uguale: non può se non regnare o servire. La libertà richiede homines non mancipia, ἄνδρας καὶ οὺκ ἀνδράποδα, e chi è schiavo o dei padroni servendo, o di se stesso, dell’egoismo e delle basse inclinazioni, regnando, non può comportare lo stato libero, né uguale. L’amor di se stesso è inseparabile dall’uomo. Questo lo porta ad innalzarsi. Dove l’innalzamento ec., insomma la soddisfazione dell’amor proprio è impossibile, quivi l’uomo non può vivere. Ora nello stato di perfetta libertà ed uguaglianza l’individuo non fa progressi senza virtú e pregi veri, perché la sua fortuna, gli onori, le ricchezze, i vantaggi ec. dipendono dalla moltitudine, la quale, non potendo giudicare secondo gli affetti e inclinazioni particolari, perché queste son varie e infinite e non si accordano insieme, bisogna che giudichi secondo le regole e le opinioni universali, cioè le vere. Chi dunque manca di virtú e pregi veri (e tali sono gli uomini corrotti), non può sopportare la libertà e l’uguaglianza né trovar vita in questo stato (18 gennaio 1821).


*    Sane quod poematis delectari se ait, id  (526) non abhorret ab huius compendii scriptore, quando stylus eius est in historia declamatorius ac poetico propior, adeo ut etiam hemistichia Virgilii profundat: dice G. G. Vossio di Floro (de Historicis Latinis, l. 1). Nel lib. IV,