Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/176

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164 pensieri (2314-2315-2316)

vella, ed è indifferente per l’uditore o lettore che quell’azione accada sotto gli occhi suoi o gli venga fatta sapere per mezzo di parlate, ovvero che se gli racconti semplicemente il caso come in un romanzo o in una storia curiosa e complicata.  (2315) Quindi la necessità e il pregio degl’intrecci semplici in ogni genere di drammi, ma proporzionatamente piú in quelli dove l’interesse della passione e la commozione dell’uditore dev’esser piú viva, come nella tragedia: a cui la semplicità dell’azione è piú necessaria che alla commedia. A questa poi ancora è proporzionatamente necessaria per il pieno sviluppo e la perfetta pittura dei caratteri e lo spicco dei medesimi, i quali si perdono affatto (per vivi e ben imitati che sieno) quando la curiosità dell’intreccio assorbe tutto l’interesse e l’attenzione dell’uditore. Insomma, l’uditore non deve tanto interessarsi del successo e anelare allo scioglimento del nodo, ch’egli perda l’interesse e la commozione ec. successiva e continua ed applicata individualmente a ciascuna parte del dramma e a tutto il processo dell’azione ugualmente (31 dicembre 1821). Vedi p. 2326.


*    L’animo umano è sempre ingannato nelle sue speranze e sempre ingannabile: sempre deluso dalla speranza medesima e sempre capace  (2316) di esserlo: aperto non solo, ma posseduto dalla speranza nell’atto stesso dell’ultima disperazione, nell’atto stesso del suicidio. La speranza è come l’amor proprio, dal quale immediatamente deriva. L’uno e l’altra non possono, per essenza e natura dell’animale, abbandonarlo mai finch’egli vive, cioè sente la sua esistenza (31 dicembre 1821).


*    Circa quello che ho detto altrove del vir frugi de’ latini, che significava uomo di garbo e propriamente non voleva dir altro che utile, vedi il Forcellini in nequam, che significa cattivo, e propriamente