Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/232

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220 pensieri (2403-2404)

stro, che è la parte principale di noi, non può tornar qual era, per nessuna cagione o arte. Che ha dunque a fare in questa quistione del suicidio, e in ogni altra cosa che ci appartenga, la legge o l’inclinazione di una natura, che non solo non è nostra, ma, anche volendo noi e procurandolo per ogni verso, non potrebbe piú essere? Il punto dunque sta qual sia l’inclinazione e il desiderio di questa seconda natura, ch’é veramente nostra e presente. E questa, invece d’opporsi al suicidio, non può far che non lo consigli e non lo brami intensamente; perché anch’ella odia soprattutto l’infelicità e sente che non la può fuggire se non colla morte e non tollera che la tardanza di questa allunghi i suoi patimenti.  (2404) Dunque la vera natura nostra, che non abbiamo da far niente cogli uomini del tempo di Adamo, permette, anzi richiede il suicidio. Se la nostra natura fosse la prima natura umana non saremmo infelici, e questo inevitabilmente e irrimediabilmente; e non desidereremmo, anzi abborriremmo la morte (29 aprile, 1822).

La natura nostra presente è appresso a poco la ragione. La quale anch’essa odia l’infelicità. E non v’é ragionamento umano che non persuada il suicidio, cioè piuttosto di non essere che di essere infelice. E noi seguiamo la ragione in tutt’altro, e crederemmo di mancare al dover di uomo facendo altrimenti.


*    Alla p. 1287, principio. Io son certo che gli antichi orientali o i primi inventori dell’alfabeto non s’immaginarono che i suoni vocali fossero cosí pochi e tanto minori in numero che le consonanti. Anzi dovettero considerarli come infiniti, vedendo ch’essi animavano, per cosí dire, tutta la favella e discorrevano incessantemente per tutto il corpo di essa, come il sangue per le vene degli animali. O pure (e questo credo piuttosto) non li considerarono neppure come suoni, ma come suono individuo, e questo infinito e