Pagina:Zibaldone di pensieri V.djvu/34

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(2839-2840-2841) pensieri 27

distinto): il prosatore si trova dunque aver poco meno del suo bisogno, e quasi anche tanto che gli basti a una certa eleganza: il poeta che non si trova aver niente di piú bisogna che si contenti di uno stile e di una maniera che si accosti alla prosa. Ed infatti è benissimo definita  (2840) la familiarità che si sente ne’ poeti primitivi, dicendo che il loro stile, senza essere però basso, perché tutto in loro è ben proporzionato e corrispondente, tiene della prosa. Come fa l’Eneida del Caro, che quantunque non sia poema primitivo, pure, essendo stato quasi un primo tentame di poema eroico in questa lingua, che ancora non n’era creduta capace, com’esso medesimo scrive, può dirsi primitivo in certo modo nel genere e nello stile eroico.

Tutto questo discorso sui poeti e scrittori primitivi di una lingua si deve intender di quelli che meritano veramente il nome di poeti o di scrittori, e non di quei primissimi e rozzissimi, ne’ quali non cade sapore né di familiarità né d’eleganza, né d’altra cosa alcuna determinata e che si possa ben sentire, fuorché d’insipidezza, non avendo essi né lingua, né stile, né maniera, né carattere formato, sviluppato, costante e uniforme. E il sopraddetto discorso ha massimamente luogo, e i sunnotati effetti avvengono principalmente nel caso che sui principii di una letteratura compariscano tali e cosí grandi ingegni che o la creino  (2841) quasi in un tratto, o tanto innanzi la spingano dal luogo ove la trovano, ch’essa paia poco meno che opera loro. Il qual caso avvenne alla letteratura greca e alla italiana. Anche gli antichi e primi scrittori latini hanno sapore e modo tutto familiare, sí poeti come Ennio e i tragici, di cui non s’hanno che frammenti, Lucrezio ec.; sí prosatori, come Catone, Cincio ed altri cronichisti di cui pur s’hanno frammenti ec. Perciocché quando la letteratura si va formando a poco a poco e con tanta uniformità di progressi, che mai un suo passo non sia fuor d’ogni