Pagina:Zibaldone di pensieri V.djvu/381

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374 pensieri (3415-3416)

 (3415) accostarsi a quella del loro secolo, davano in uno stile familiare, bellissimo bensí, ma poco diverso da quel della prosa. Testimonio l’Orlando dell’Ariosto e l’Eneide del Caro, i quali, a quello togliendo le rime, a questa la misura (oltre le immagini e la qualità de’ concetti ec.), in che eccedono o di che mancano che non sieno una bellissima ed elegantissima prosa? E paragonando il poema del Tasso (scritto nella propria lingua del suo tempo) colle prose eleganti di quell’età, poco divario vi si potrà scoprire quanto alla lingua. Di piú i poeti italiani del cinquecento furono soliti (massime i lirici, che sono i piú) di modellarsi sullo stile di Petrarca e di Dante. Il carattere di questo stile riuscí ed è necessariamente familiare, come ho detto altrove. Seguendo questo carattere, o che i poeti del cinquecento l’esprimessero nella stessa lingua di que’ due, come moltissimi faceano, o nella lingua del cinquecento, come altri; doveano necessariamente dare al loro stile un carattere di familiare e poco diverso da quel della prosa. E cosí generalmente accadde (il linguaggio del Casa non è familiare ed è molto  (3416) piú distinto dal prosaico, e cosí il suo stile. Ciò perché ne’ suoi versi egli non si propose il carattere né del Petrarca né di Dante, ma un suo proprio. E quindi quanto il carattere del suo linguaggio e stile poetico è distinto da quel della prosa, tanto egli è ancora diverso da quello del linguaggio e stile sí di Dante e Petrarca, sí degli altri lirici e poeti, quali si vogliano, del suo tempo). La Coltivazione, le Api ec. sono ben sovente bella prosa misurata quanto al linguaggio, ed allo stile eziandio: e ciò quantunque l’uno e l’altro poema sieno imitazioni, e l’Api nient’altro quasi che traduzione delle Georgiche, il capo d’opera dello stile il piú poetico e il piú separato dal familiare, dal volgo, dal prosaico. Similmente si può discorrere dell’Eneide del Caro.

Insomma la lingua italiana non aveva ancora ba-