Pagina:Zibaldone di pensieri V.djvu/435

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428 pensieri (3504-3505-3506)

porando effettivamente colla immaginazione mille volte il piacer futuro. Ma questa contemplazione, questa rappresentazione, quest’anticipazione, questo gusto o assaggio, questo deliro o sogno che ci fa parere e ci rende infatti presente il piacer futuro, ancor piú ch’ei nol sarà quando si troverà presente in effetto (se egli si troverà mai presente), come può aver luogo intorno a un piacere assolutamente inconcepibile, non solo nel piú e nel meno, o nella specie, ma nel genere, di modo che le nostre idee non hanno alcun potere di abbracciarne o di avvicinarne né pure una menoma parte? Come ci può per verun deliro o veruno sforzo dell’immaginazione o dell’intelletto parer presente  (3505) quello a cui né l’immaginazione né l’intelletto non si possono neppure a grandissimo tratto avvicinare; quello che non è fatto né per questa immaginazione né per questo intelletto; quello ch’é di natura affatto diversa da ciò che l’immaginazione o l’intelletto può concepire o congetturare; quello che non sarebbe ciò ch’egli è, s’a noi fosse possibile pure il congetturarlo; quello che spetta a tutt’altra natura che la nostra presente? Come può per alcun modo o in alcuna parte entrar nella mente nostra una tutt’altra natura?

Certo l’uomo desidererà sempre di esser liberato dai dolori e dai mali ch’egli effettivamente prova, e di conseguire quelli ch’ei crederà beni in questa vita, e di esser felice in questo mondo in ch’egli vive. E non potendo mai lasciare di desiderarlo niente piú ch’ei possa ottenerlo, e la religion cristiana non soddisfacendo a questo suo unico e perpetuo desiderio, né promettendogli di soddisfarlo mai per niun modo, anzi non dandogliene speranza alcuna, segue che le speranze cristiane non sieno atte a consolare effettivamente  (3506) il mortale, né ad alleviare i suoi mali né i suoi desiderii. E la felicità promessa dal cristianesimo non può al mortale parer mai desiderabile, se non in quanto infinita, anzi in quanto perfetta