Pagina:Zibaldone di pensieri V.djvu/86

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(2921-2922-2923) pensieri 79

diversa quella intenzione o significato che ha la locuzione letteralmente presa (8 luglio 1823). Del resto, noi non usiamo in questo tal senso e modo il verbo volere, se non colle particelle negative o condizionali, o con interrogazione, come in quel verso di Anacreonte (od. 4 ᾽Εδόκουν ὄναρ τροχάζειν) τί θέλει ὄναρ τόδ᾽ εἶναι; che vorrà essere questo sogno? Ma in locuzione, forma e significazione affermativa non s’usa  (2922) mai il verbo volere né dagl’italiani né da’ francesi ne’ sovresposti sensi, se non se in quella frase voler dire o significare ec., che è greca anch’essa, e che può riferirsi all’idiotismo di cui ragioniamo. I greci ancora usano per lo piú questo idiotismo fuori di affermazione, benché non sempre. Affermativamente, e pur di cose inanimate o ideali e intellettuali e, come si dice, di ragione, usiamo noi il verbo volere, in un senso però differente dai sopraddetti, ed equivalente al greco μέλλειν, ma con significanza di qualche dubitazione: come Questa guerra vuole andare in lungo, cioè, Pare che questa guerra sia per durar molto: Vuol piovere ec. In questo senso il verbo volere equivale al significato che sovente ha in italiano dovere, il quale talvolta significa assolutamente μέλλειν (come avere a, aver da cogl’infiniti), talvolta con qualche dubitazione, come Questa guerra deve andare in lungo, cioè, Pare che ec. Dicesi ancora Questa guerra mostra di voler esser lunga, pare che voglia esser ec. E in simili modi: e cosí dovere. In altro modo ancora diciamo affermativamente il verbo volere per proprietà di lingua, eziandio di cose inanimate, con significazione di esser presso a, mancar poco che non; e in questo senso egli non s’usa se non nel passato o piucché passato, benché in un esempio della Crusca, Volere, § 3, trovisi nel gerundio (9 luglio 1823). Vedi p. 3000.  (2923)

*    Gl’italiani non hanno costumi: essi hanno delle