Pagina:Zibaldone di pensieri VI.djvu/195

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190 pensieri (3803-3804)

Dai superiori ragionamenti appoggiati e accompagnati ai fatti e alle storie degli uomini, e queste paragonate con quello che avviene negli altri animali ec., si dee dedurre che dalla società che passa, per esempio, tra le api e i castori, e gli altri animali che per natura hanno tra loro piú stretta comunione di vita, e dagli esempi naturali siffatti, ben si può argomentare che agli uomini non si convenga una società piú stretta di quella; ma non già perch’ella si trovi in parecchie specie naturalmente, si può argomentare che agli uomini convenga neppure una società altrettanto stretta, giacché gli uomini, contro quello che si stima, cioè che sieno per natura i piú socievoli animali, sono anzi i meno socievoli, o certo manco socievoli di quello che sieno parecchi altri, cioè gli animali che veramente sono i piú socievoli per natura. Onde, non che all’uomo convenga una società piú stretta che all’api ec., come lo è di gran lunga quella ch’egli ha presentemente, ed ebbe da tempo immemorabile, si dee concludere che non gliene conviene se non una molto piú larga ec., come ho accennato p. 3773, fine, e come risulta dagli estremi danni dell’umana società stretta (danni verso se stessa e la specie umana, e verso l’altre specie ancora e l’ordine della natura terrestre, in quanto egli può essere ed è influito dall’uomo, massime dall’uomo in società) considerati di sopra, e dall’estrema insociabilità dell’uomo, dimostrata in tutto il passato discorso.  (3804) Moltissimi, anzi la piú parte, degli argomenti che si adducono a provare la sociabilità naturale dell’uomo, non hanno valore alcuno, benché sieno molto persuasivi; perciocch’essi veramente non sono tirati dalla considerazione dell’uomo in natura, che noi pochissimo conosciamo, ma dell’uomo quale noi lo conosciamo e siamo soliti di osservarlo, cioè dell’uomo in società ed infinitamente alterato dalle assuefazioni. Le quali es-