Pagina:Zibaldone di pensieri VI.djvu/204

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(3813-3814) pensieri 199

vita non fosse tanto piú cara alla natura, quanto maggiore e piú intensa e in maggior grado, la natura non amerebbe se stessa (vedi la pagina 3785, principio), non procurerebbe se stessa o il proprio bene, o non si amerebbe quanto piú può (cosa impossibile), né amerebbe il suo maggior  (3814) possibile bene, e non procurerebbe il suo maggior bene possibile (cose che parimente, come negl’individui e nelle specie ec., cosí sono impossibili nella natura). Quello che noi chiamiamo natura non è principalmente altro che l’esistenza, l’essere, la vita, sensitiva o non sensitiva, delle cose. Quindi non vi può esser cosa né fine piú naturale, né piú naturalmente amabile e desiderabile e ricercabile, che l’esistenza e la vita, la quale è quasi tutt’uno colla stessa natura, né amore piú naturale, né naturalmente maggiore che quel della vita (la felicità non è che la perfezione, il compimento e il proprio stato della vita, secondo la sua diversa proprietà ne’ diversi generi di cose esistenti. Quindi ell’é in certo modo la vita o l’esistenza stessa, siccome l’infelicità in certo modo è lo stesso che morte, o non vita, perché vita non secondo il suo essere, e vita imperfetta ec. Quindi la natura, ch’é vita, è anche felicità). E quindi è necessario alle cose esistenti amare e cercare la maggior vita possibile a ciascuna di loro. E il piacere non è altro che vita ec. E la vita è piacere necessariamente, e maggior piacere quanto essa vita è maggiore e piú viva. La vita generalmente è tutt’uno colla natura, la vita divisa ne’ particolari è tutt’uno co’ rispettivi subbietti esistenti. Quindi ciascuno essere, amando la vita, ama se stesso: pertanto non può non amarla, e non amarla quanto si possa il piú. L’essere esistente non può amar la morte (in quanto la morte abbia rispetto a lui) veramente parlando, non può tendervi, non può procurarla, non può non odiarla il piú ch’ei possa, in veruno istante dell’esser suo; per la stessa