Pagina:Zibaldone di pensieri VI.djvu/262

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(3877-3878) pensieri 257

licità, ch’é il suo perpetuo e sovrano fine, senza però poterla afferrare, perocché il desiderio è ben piú vivo allora, ma non piú fruttuoso né piú soddisfatto che all’ordinario. Il desiderio del piacere, nel tempo di quello che si chiama piacere, è molto piú vivo dell’ordinario, piú vivo che nel tempo d’indifferenza. Non si può meglio definire l’atto del piacere umano, che chiamandolo un accrescimento del naturale e continuo desiderio del piacere, tanto maggiore accrescimento quanto quel preteso e falso piacere è piú vivo, quella sembianza è sembianza di piacer maggiore. L’uomo desidera allora la felicità piú che nel tempo d’indifferenza ec. e con assolutamente eguale inutilità. Dunque il desiderio essendo piú vivo da un lato, ed egualmente vano dall’altro, la pena, compagna naturale del sentimento della vita, la qual nasce appunto e consiste in questo desiderio di felicità e quindi di piacere, dev’esser maggiore e piú sensibile nell’atto del piacere (cosí detto) che all’ordinario. Essa lo è infatti (se non quando e quanto la sensazione piacevole, o l’immaginazione  (3878) piacevole, o quella qualunque cosa in cui consiste e da cui nasce il cosí detto piacere, serve e debb’esser considerata come una distrazione e una forte occupazione ec. dell’animo, dell’amor proprio, della vita e dello stesso desiderio; e questo è il migliore e piú veramente piacevole effetto del piacere umano o animale; occupare l’animo, e non soddisfare il desiderio ch’é impossibile, ma per una parte, e in certo modo, quasi distrarlo, e riempiergli quasi la gola, come la focaccia di Cerbero insaziabile). E l’uomo, che in uno stato ordinario bene spesso, anzi forse il piú del tempo, appena si avvede di detta pena, nell’atto del piacere se ne avvede sempre o quasi sempre, ma non sempre l’osserva né ha campo di porvi mente, e ben di rado l’attribuisce alla sua vera cagione e ne conosce la vera natura; di radissimo poi né in quel punto,