Pagina:Zibaldone di pensieri VI.djvu/263

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258 pensieri (3878-3879)

né mai o ch’ei rifletta sul suo stato d’allora in qualche altro tempo, o che mai non lo consideri ec. rimonta al principio e generalizza ec., nel qual caso egli ritroverebbe quelle universali e grandi verità che noi andiamo osservando e dichiarando, e che niuno forse ancora ha bene osservate, o interamente e chiaramente comprese e concepute ec. (13 novembre 1823).


*    Alla p. 3639, margine. Esseri piú forti dell’uomo; ecco i primi Dei adorati dagli uomini, o da loro riconosciuti e immaginati e considerati per tali; ecco la prima idea della divinità. E come i piú forti per lo più, anzi, naturalmente e primitivamente, sempre si prevalgono di questo, come di ogni altro vantaggio, in loro proprio bene, e quindi sovente in danno de’ piú deboli, e però essi sono, appunto in quanto piú forti, malefici e formidabili ai piú deboli; e come gli stessi individui umani, massime nella società primitiva e selvaggia (che fu quella in cui nacque  (3879) l’idea della Divinità), cosí ne usavano e ne usano verso i piú deboli per qualunque lato, sí loro simili, sí d’altre specie; quindi nell’idea primitiva della Divinità, che consisteva nella maggior forza e soprumana, dovette necessariamente entrare l’idea della maleficenza e della terribilità, naturali effetti e conseguenze e compagne della maggior forza. Anche gli uomini ch’erano o erano stati straordinariamente superiori e piú forti degli altri, sia di forza corporale, sia di quella che nasce da qualunqu’altro vantaggio, ancorché malefici, temuti e odiati, furono non di rado nelle società primitive, e lo sono forse ancora nelle selvagge, divinizzati sí nell’idea, sí talora nel culto, vivi o morti; e questo si può anche riconoscere presso i critici che indagano le origini della stessa mitologia greca, men feroce e terribile e odiosa, anzi piú molle ed umana e ridente e amena e vaga e graziosa ed amabile di tutte le altre ec. (13 novembre 1823).