Pagina:Zibaldone di pensieri VI.djvu/261

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256 pensieri (3876-3877)

come invenio ec. e in altri molti verbi (13 novembre 1823). Vedi p. 3895.


*    Dico che l’uomo è sempre in istato di pena, perché sempre desidera invano ec. Quando l’uomo si trova senza quello che positivamente si chiama dolore o dispiacere o cosa simile, la pena inseparabile dal sentimento della vita gli è quando piú, quando meno sensibile, secondo ch’egli è piú o meno occupato o distratto da checchessia e massime da quelli che si chiamano piaceri, secondo che per natura o per abito o attualmente egli è piú vivo e piú sente la vita, ed ha maggior vita abituale o attuale ec. Spesso la detta pena è tale che per qualunque cagione, e massime perch’ella è continua, e l’uomo v’é assuefatto fino dal primo istante della sua vita, non l’osserva, e non se n’avvede espressamente, ma non però è men vera. Quando l’uomo se n’avvede, e ch’ella sia diversa da’ positivi dolori, dispiaceri ec., ora ella ha nome di noia, ora la chiamiamo con altri nomi. Sovente essa pena, che non vien da altro se non dal desiderare invano, e che in questo solo consiste, e che per conseguenza tanto è maggiore e piú sensibile, quanto il desiderio abitualmente o attualmente è piú vivo, sovente, dico, ella è maggiore nell’atto e nel punto medesimo del piacere, che nel tempo  (3877) della indifferenza e quiete e ozio dell’animo, e mancanza di sensazioni o concezioni ec., passioni ec., determinatamente grate o ingrate; e talvolta maggiore eziandio che nel tempo del positivo dispiacere, o sensazione ingrata sino a un certo segno. Ella è maggiore, perché maggiore e piú vivo in quel tempo è il desiderio, come quello ch’é punto e infiammato dalla presente e attuale apparenza del piacere, a cui l’uomo continuamente sospira; dalla vicina, anzi presente, straordinaria e fortissima e fermissima e vivissima, anzi si può dir certa speranza; e quasi dal vedersi vicinissima e sotto la mano la fe-