Pagina:Zibaldone di pensieri VI.djvu/349

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344 pensieri (3972-3973)

d’indole, di modo ec. e sommamente incapace d’ogni altra che di se stessa, ed in se stessa minimamente varia, e da se medesima in ogni caso il men che si possa diversa. E una lingua che tenga l’estremo contrario è di sua natura, massime a’ tempi nostri, estremamente incapace dell’universalità. Non bisogna dunque figurarsi che una lingua universale né debba né possa portare questa utilità di supplire alla cognizione di tutte le altre lingue, di esser come lo specchio di tutte l’altre, di raccoglierle, per cosí dir, tutte in se stessa, col poterne assumer l’indole ec.; ma solo di servire in vece di tutte le altre lingue, e di esser loro sostituita. Anzi ella non può veramente altro ch’esser sostituita all’uso dell’altre e di ciascuna altra, e non supplire ad esse ec. Ben grande sarebbe quella utilità, ma essa è contraria direttamente alla natura di una lingua universale. Tale si è infatti la francese. Né i francesi dunque né gli stranieri si lusinghino di avere in quella lingua tutto ciò che potrebbero avere nell’altre, ma una lingua diversissima per sua natura dall’altre, il cui uso a quello di tutte l’altre possono facilmente sostituire. Né stimino che volendo conoscer  (3973) l’altre lingue, autori ec., il posseder la francese li dispensi piú che alcun’altra lingua dallo studio di tutte l’altre, anzi per questo effetto la francese non serve a nulla, ed i francesi, per parlare come nativa una lingua sommamente disposta alla universalità, si debbono contentare di avere una lingua incapacissima di traduzioni, inettissima a servir loro di specchio e di esempio, e fin anche di mezzo per conoscere qualunque altra lingua, autore ec. Il fatto della lingua francese dimostra queste asserzioni, sebbene i francesi coll’estrema trascuranza che hanno dell’altre lingue mostrano essere persuasi del contrario. La natura della greca era appunto l’opposto. Ella infatti perciò, anche nel tempo antico, non poté essere universale che debolissimamente e incompara-