Pagina:Zibaldone di pensieri VI.djvu/353

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348 pensieri (3976-3977)

niva tutto il contrario. Il tuono naturale che rendeva la loro cetra era quello della gioia o della forza, della solennità ec. La poesia loro era tutta vestita a festa, anche, in certo modo, quando il subbietto l’obbligava ad esser trista. Che vuol dir ciò? O che gli antichi avevano meno sventure reali di noi (e questo non è forse vero), o che meno le sentivano e meno le conoscevano, il che viene a esser lo stesso e a dare il medesimo risultato, cioè che gli antichi erano dunque meno infelici de’ moderni. E tra gli antichi metto anche, proporzionatamente, l’Ariosto ec. (12 decembre 1823). (3977)


*   Alla p. 3927. Questa moltiplicità incalcolabile di cause e di effetti ec. nel mondo morale non deve né parere assurda o difficile ad ammettersi né far meraviglia a chi consideri com’ella si trova evidentemente, e del pari infinita e incalcolabile, nel mondo fisico. Né la medicina, né la fisiologia, né la fisica, né la chimica, né veruna anche piú esatta e piú materiale scienza che tratti delle piú sensibili e meno astruse parti ed effetti della natura,1 non possono mai specificare né calcolare nemmeno per approssimazione, se non in modo larghissimo, né il numero né il grado e il piú e il meno, né tutti i rapporti ec. delle infinite diversità di effetti che, secondo le infinite combinazioni e rapporti scambievoli ec. e influenze e passioni scambievoli ec., che possono avere ed hanno effettivamente luogo, risultano dalle cause anche piú semplici, piú poche e limitate, che dette scienze assegnano; né le infinite modificazioni di cui dette cause, secondo esse combinazioni, sono suscettibili, ed a cui sono effettivamente soggette. E non per tanto, almeno in grandissima parte, esse cause non si possono volgere in dubbio, e nessuno dalla

  1. Vedi pag. seg.