Pagina:Zibaldone di pensieri VII.djvu/283

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274 pensieri (4329-4330)

a forza di affermarle. Molti che l’affermino e lo ripetano, lo rendono vero senz’alcun dubbio. Se, per qualunque ragione, questo mezzo non si può usare, il miglior partito è di tacere, dissimulare, e aspettare se il tempo facesse qualche cosa. Ma niente di peggio che de se fâcher avec le public, gridare all’ingiustizia, al cattivo gusto de’ contemporanei, perché non fanno caso del libro. Siano giustissime queste querele, sia classico il libro; dal momento che il suo cattivo esito è confessato e pubblicato, la miglior sorte che gli possa toccare è di essere riguardato come quei pretendenti che, privi di baionette, non hanno per se che i diritti e la legittimità (Firenze, 10 agosto 1828, S. Lorenzo).


*    Alfabeti. Ortografia. Difficoltà ed imperfezioni della scrittura de’ dialetti, per esempio italiani, abbondanti di suoni mancanti all’alfabeto nazionale scritto ec. Arbitrario dell’applicazione dei segni di questo alfabeto ai detti suoni: due persone che si ponessero a scrivere uno stesso dialetto senza saper l’uno dell’altro, né seguire un metodo già ricevuto, si può scommettere che non iscriverebbero una parola sola nello stesso modo. La piú parte dei nostri dialetti hanno un alfabeto di suoni piú ricco assai del comune (Firenze, 10 agosto 1828).


*    In letteratura, tutto quello che porta scritto in fronte bellezza, è bellezza falsa, è bruttezza. Verità fecondissima e ricchissima di applicazioni, che occorrono ad ogni ora (Firenze, 10 agosto 1828).  (4330)


*   Alla p. 4326, e il cui soggetto fu il vero, e non in gran parte il finto, come in Omero e ne’ poeti (10 agosto 1828).


*    Dalle mie osservazioni su quel passo di Agatarchide comparato alla storiella di Muzio Scevola, si