Pagina:Zibaldone di pensieri VII.djvu/451

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442 pensieri (4506-4507)



*    Alla p. 4505. Fors’anco in co-are, e que quer franc (claquer ec.) Anche in ico icare, se lungo (perché nelle nostre pronunzia l’icul... lat. è lungo nell’i); massime contratto in icl... ec., come sarebbe in questi casi se breve, è dal latino ico as ec. Vedi p. 4509.


*    Parole greche possono esser venute in italiano ne’ bassi tempi, pel commercio e le conquiste de’ Veneziani, le Crociate, i greci del Regno di Napoli e di Sicilia, e simili altri mezzi (esse sono, del resto, anteriori molto alla presa di Costantinopoli); ma non già le frasi, i costrutti, gl’idiotismi, vere proprietà di lingua, comuni all’italiano e al greco, da me spesso notate (13 maggio).


*    Una cosa, fra l’altre, che rende impossibile agli stranieri il gustar la poesia delle lingue sorelle alla loro propria, o affini (come sarebbe l’inglese alle nostre che vengono dal latino), si è che il linguaggio poetico di tali idiomi essendo, come il prosaico, composto di voci e modi che si ritrovano ancora nelle lingue sorelle, moltisime di tali voci e maniere che lo compongono, e che sono poetiche in quel tale idioma, cioè nobili, eleganti, pellegrine, e cosí discorrendo; nell’idioma dello straniero che legge, sono o basse, o familiari, o triviali, o prosaiche almeno, spesso ridicole e da beffe; hanno significati analoghi ma diversi; richiamano idee alienissime dalla poesia generalmente, o dal soggetto in particolare. Ciò è soprattutto notabile fra italiani e spagnuoli (Vedi la p. 4422). (Un qualunque pezzo di poesia spagnuola potria servirmi di esempio chiarissimo). Ed è applicabile anco alla prosa elevata, oratoria, storica e simili (13 maggio).  (4507)


*   Alla p. 4501. Non solo della ragione, ma anche del sapere, della dottrina, della erudizione, delle co-