Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/102

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[p. 212 modifica] o poco d’inferiore) con quello che pregiamo ed amiamo, e che occupa il cuore e l’immaginazione nostra, in modo che ne siamo gelosissimi e paurosi e cerchiamo in tutti i modi di custodirlo (8 gennaio 1820).


*   È pure un tristo frutto della società e dell’incivilimento umano anche quell’essere precisamente informato dell’età propria e de’ nostri cari, e quel sapere con precisione che di qui a tanti anni finirà necessariamente la mia o la loro giovinezza, ec. ec., invecchierò necessariamente o invecchieranno, morrò senza fallo o morranno; perché la vita umana non potendosi estendere piú di tanto, e sapendo formalmente la loro età o la mia, io veggo chiaro che dentro un definito tempo essi o io non potremo più viver, goder della giovinezza, ec. ec. Facciamoci un’idea dell’ignoranza della propria età precisa, ch’è naturale e si trova ancora comunemente nelle genti di campagna, e vedremo quanto ella tolga a tutti i mali ordinari e certi che il tempo reca alla nostra vita, mancando la previdenza sicura che determina il male e lo anticipa smisuratamente, rendendoci avvisati del quando dovranno finire indubitatamente questi e quei vantaggi della tale e tale età di cui godo, ec. Tolta la quale, l’idea confusa del nostro inevitabile decadimento [p. 213 modifica]mento e fine, non ha tanta forza di attristarci né di dileguare le illusioni che d’età in età ci consolano. Ed osserviamo quanto sia terribile in un vecchio, per esempio d’ottanta anni quel sapere determinatamente che dentro dieci anni al piú egli sarà sicuramente estinto: cosa che ravvicina la sua condizione a quella di un condannato, e toglie infinitamente a quel gran benefizio della natura d’averci nascosto l’ora precisa della nostra morte, che veduta con precisione basterebbe per istupidire di spavento e scoraggiare tutta la nostra vita.


*   Ci sono tre maniere di veder le cose. L’una e la piú beata, di quelli per li quali esse hanno anche piú spirito che corpo; e voglio dire degli