Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/3405

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[p. 367 modifica] di attingere dal latino, intendo consigliare che s’introducano nell’italiano de’ latinismi.1 Sono nel latino molte parole, [p. 368 modifica]nello spagnuolo alcune, nel greco, nel latino e nello spagnuolo moltissimi modi e forme di dire (e molte significazioni di vocaboli o modi già fatti italiani), le quali tutte non per altro non sono italiane, se [non] perché da veruno per anche non introdotte nella nostra lingua. Adoperandole nell’italiano, elle sarebbero cosí bene intese, cadrebbero cosí bene e facilmente, parrebbero cosí spontanee e naturali, sarebbero cosí lontane da ogni sembianza d’affettate, che niuno s’accorgerebbe non pur ch’elle fossero o greche o latine o spagnuole anzi, o piú, che italiane, ma neppur sentirebbe che fossero nuove nella nostra lingua, né se n’avvedrebbe in altro modo che ricercandone espressamente il vocabolario. O se vi sentisse della novità, ne sentirebbe quel tanto e non piú, che dà grazia, eleganza, forza, nobiltà, bellezza allo stile e alla lingua, e dividono l’una e l’altra dal popolo, il che non pur è concesso ma richiesto al nobile scrittore in qualunque genere. Queste

Note

  1. Molto meno io vorrei consigliare che la lingua o lo scrittore italiano si modellasse sulla lingua spagnuola, molto alla nostra inferiore in perfezione, benché conforme in carattere. Oltre che una lingua già perfetta non si dee modellare, anzi dee fuggir di modellarsi sopra alcuna altra, sia quanto si vuole perfettissima. E cosí a proporzione discorrasi della letteratura ec.